Oh, ci sono anche dei momenti teneri per la mia coppia preferita: spero mi perdonerete, solitamente non sono avvezza alle smancerie.
I primi ad arrivare furono Hatsuharu e Rin. Akito non si sarebbe accorta di loro, se non fosse stato per il fatto che Toru, con la solita gaiezza che la contraddistingueva, non li avesse accolti alla porta.
Dopo che furono entrati in casa, riusciva a sentire più chiaramente le loro voci, ed erano vivaci, piene di spirito e di allegria: qualcosa di insolito, perché Hatsuharu era un ragazzo tranquillo e serio, che non apriva mai bocca se non per dire qualcosa di meritevole.
Quel giorno, invece, lo sentì scherzare amichevolmente con Kyo, e persino riuscì a sentire la voce della sua ragazza, che suonava tranquilla e a suo agio, come mai l’aveva udita. Forse era l’atmosfera della festa che rilassava gli animi?
Akito lasciò scivolare a terra il libro che stava leggendo, un pesante e contorto romanzo di Mishima. Il suo sguardo si perse piacevolmente sulla stanza, mentre lei si cullava con il suono delle risate e della parole gentili di Toru che stava preparando i piatti in cucina. La camera di Shigure rappresentava per lei un mondo inesplorato. C’erano pochi mobili ma una quantità di libri, fogli, penne consumate, dischi di musica classica e vestiti sparsi per ogni dove. I libri, tuttavia, erano in maggioranza: alcuni stavano ammonticchiati in un angolo, altri erano vicino al letto, a portata di mano nel caso il loro proprietario volesse leggerli comodamente sdraiato.
Lei aveva raccolto ogni oggetto e lo aveva osservato con attenzione, per riporlo poi nell’esatto punto dove si trovava. Aveva esplorato ogni cantuccio e aveva letto i titoli sulle costine dei volumi, senza però osare curiosare nelle carte di Shigure, prima di sprofondare nell’unica, comodissima poltrona della stanza. Su ognuno di quegli oggetti riusciva a riconoscere l’odore della colonia che lui solitamente portava. Un odore confortante.
Dal giardino giunse uno schiamazzo più forte. Lei sospirò, si alzò in piedi e si accostò all’ampia finestra, a suo modo curiosa. Riconobbe subito l’inconfondibile chioma di Ayame, lunga e luccicante di argento alla luce del sole; egli stava esclamando, indispettito: “Non voglio vedere te, Kyonkichi! Dove si trova il mio amatissimo Yuki?”
Già, Yuki non c’era. Quando era arrivata a casa di Shigure non lo aveva visto; e si era trattenuta dal chiedere a Toru, impegnata a cucinare e a controllare che non mancasse nulla per la tavola, dove fosse andato. La ragazza l’aveva accolta con il suo inconfondibile sorriso luminoso, e le aveva offerto un onigiri da assaggiare. Akito era rimasta senza parole davanti al suo modo di fare imperturbabilmente gentile, ma aveva accettato l’offerta. Subito dopo, però, impaziente, aveva preso a girare a tondo in cucina, e infine aveva deciso di aspettare di sopra. Toru l’aveva anche invitata a scendere giù, perché fra poco sarebbero arrivati gli altri, e Akito aveva compreso che si sarebbe dispiaciuta se non fosse stata presente alla festa. Le aveva promesso che sarebbe scesa, dopo. Ma in realtà era riluttante. Una parte di lei avrebbe voluto parlare ancora una volta a loro; ma l’altra… Ancora si ritrovò a pensare a Yuki. Non era rimasta sola con lui, né avevano avuto una chiacchierata da mesi. Era strano pensare che molti anni prima la semplice idea che lui non fosse al suo fianco l’avrebbe terrorizzata e fatta infuriare.
Si distese sul letto occidentale di Shigure con un sospiro di irritazione. Anche quello apparteneva al passato: il tempo in cui avrebbe ferito Yuki se lui le avesse esposto con coraggio sconsiderato il suo desiderio di essere libero.
Si lasciò sprofondare tra le comode coltri — molto più che comode, pensava, chiedendosi con una punta di divertimento se Shigure non fosse abituato troppo a cose soffici e confortevoli.
Si rigirò in cerca di una posizione comoda, e si lasciò cullare dalla morbidezza del tessuto come se fosse in un caldo abbraccio. Anche Shigure non c’era, quando era arrivata alla casa, né lo aveva sentito tornare. E chissà dov’era in quel momento…
Da lontano giungevano nuove risate e nuovi schiamazzi, e lei si ritrovò ad ascoltarli, cercando di riconoscere a chi apparteneva ogni voce. Si stavano tutti spostando in giardino. Dalla finestra riusciva a vedere il fumo che cominciava a salire.
“Che cosa stanno facendo?” si chiese, prima di alzarsi dal letto. Di sotto, sul retro della casa, qualcuno aveva portato un barbecue ed ora tutti gli animali — ex-animali, si ricordò Akito — stavano accendendo il fuoco, con eccellenti risultati visto che i primi pezzi di cibo stavano già cocendo sulla griglia. Mentre si chiedeva se era il momento opportuno per scendere e unirsi a loro, il suo sguardo fu attratto da una figura che rimaneva ad osservare in disparte.
Era cresciuto, fu il primo pensiero di Akito quando lo riconobbe, ed era sempre più simile al fratello maggiore — tranne per la riservatezza: quella sarebbe rimasta sempre sua, di Yuki. C’era una ragazza sconosciuta al suo fianco, che sembrava sul punto di voler scomparire in tutta fretta e che rimaneva, intimidita e silenziosa, accanto al ragazzo. Non seppe perché le venne in mente questo, ma Akito pensò che quei due stavano insieme. Fu una constatazione del tutto automatica.
“Non lo avrei mai immaginato!” esclamò, involontariamente ad alta voce.
“Che cosa non ti aspettavi?”
Trasalì, e al pensiero di essere stata sorpresa alle spalle intenta nei suoi pensieri e senza che se ne avvedesse, arrossì.
La risata di Shigure le giunse alle spalle, mentre lei si girava irritata verso di lui. “Ma ti sembra il modo?” lo redarguì.
Lui non sembrava essersela presa per il suo tono, anzi rise più allegramente di prima.
“Ti ho spaventato, forse?” le disse mentre l’abbracciava e le posava un bacio di scusa sulla guancia.
“Mmh… sì, abbastanza…” ammise lei, seppur controvoglia.
“E’ la colpa per entrare nelle camere di altri.”
“Davvero? Significa che non posso venire in camera tua?”
“Per questo…” disse lui con un sorriso sardonico. “Potrei anche fare un’eccezione.”
“Direi.”
Shigure scoppiò in un’altra risata, lasciandoci cadere sulla poltrona dove prima si era seduta lei, e guardandola con un’espressione da furfante. Sembrava decisamente a suo agio e in vena di scherzi, notò con una certa meraviglia Akito, che aveva scoperto questo lato del carattere di lui solo da poco. Non che le dispiacesse, anzi trovava incredibilmente incoraggiante vederlo ogni giorno di buon umore.
“Sei un pessimo padrone di casa se non accogli i tuoi ospiti, lo sai?”
“Uhm, è possibile che lo sia,” ammise lui senza mostrare di curarsene. “Ma del resto Kyo e Toru hanno svolto il loro dovere coma una perfetta coppia di sposini.”
“Mentre tu stavi facendo i tuoi comodi,” Akito cercò di suonare caustica abbastanza per non fargli capire quanto fosse rimasta delusa dal non averlo incontrato subito, ma a giudicare dal sorrisetto che aleggiava sul suo volto, era probabile che lui avesse capito.
“Niente affatto. Ho una scusa validissima: sono andato a prendere Hatori. Sai che altrimenti non sarebbe venuto.”
“Così ci sono tutti?”
Shigure divenne serio: “Manca Kureno.”
Akito si spostò inquieta, prima di sedersi sul letto a tormentare l’orlo della manica della sua maglia. Aveva temuto di dover rivedere Kureno lì, di fronte agli altri Soma. L’ultima volta che si erano incontrati, lui aveva accolto i suoi balbettii di scusa e l’aveva perdonata. Non si ribellava mai, del resto, mai si era permesso di contraddirla. Fedele, devoto, silenzioso: era rimasto così, al suo fianco, per tutti quegli anni; e lei lo sapeva, era felice che lui non l’avesse abbandonata. Non aveva mai pensato che lui potesse desiderare qualcos’altro, una vita diversa: cercava di non pensarci.
E adesso, dopo che si erano separati, cosa doveva fare?
Akito sobbalzò e guardò Shigure che, sporto in avanti, aveva preso la sua mano, l’aveva fermata e ora la stringeva tra le sue. Respirò più serena, rilassando i muscoli che senza avvedersene aveva teso.
“Ho sentito che è partito,” le disse. “Subito dopo essere stato dimesso. Si è trasferito in campagna.”
”Sembra… sembra felice.”
“Lo è.”
Cos’altro poteva fare lei? Come capo della famiglia Soma non avrebbe avuto problemi a facilitare la vita a Kureno, a fornire qualsiasi cosa lui avesse voluto. Lo aveva trascurato per tanti anni, non era giunto il momento di risarcirlo?
Ma subitaneo le giunse il pensiero opposto, che forse Kureno, dal momento che era libero da legami con lei, volesse essere lasciato inseguire il proprio futuro con le sue proprie forze. Il Kureno che l’aveva perdonata, come se l’essere stato ferito e rimasto menomato fossero un evento di poco conto, era in grado di costruire da solo la propria vita: le aveva detto di dimenticare, non di crogiolarsi nella colpa.
Era giusto. Ma quanto voleva esser capace di fare qualcosa!
“Cos’è questa musica?” esclamò all’improvviso.
Anche Shigure, lo vedeva, si stava chiedendo la stessa cosa, mentre le prime note fluivano nella stanza; ma il viso di lui presto si illuminò di un sorriso.
“Wish upon a star.”
“Come? Si chiama così?”
“Sì,” le rispose. “Wish upon a star: è Momiji che sta suonando.”
La prese per mano e la portò alla finestra, da dove si riusciva a vedere il giovane ragazzo che suonava il violino tra oscilli e guizzi improvvisi dell’archetto. La melodia conteneva un ritmo allegro, ma eseguita su quello strumento, si arricchiva di tonalità malinconiche. Akito non stentava a credere che gli altri si fossero fermati in un silenzioso ascolto.
Lei e Shigure si sorrisero, sopra le loro mani unite, mentre Momiji suonava di vecchi dolori, di premesse di gioie future.
“E così, è cominciata l’ultima festa…”
Dicembre 2006 c) Laurie
Nota
Eh sì, un’altra nota. Come ho detto, questo è un finale alternativo al manga, che tuttavia è integrabile benissimo con quanto ci dice Takaya-sensei. A dire il vero, l’ultimo capitolo di Furuba ha suscitato non poche delusioni nei fan: subito dopo la sua uscita su rivista, ho sentito su un forum che era previsto un finale diverso, in cui gli ex-animali dello zodiaco cinese si riunivano a casa di Shigure per stare un’ultima volta assieme e “dirsi addio”. In quell’occasione, Momiji avrebbe potuto suonare Wish upon a star, la canzone che aveva promesso a Toru. Pensavo che fosse una buona idea per una fanfiction sui sentimenti di Akito, nel momento in cui si appresta a iniziare una nuova vita.


