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Fairytale by Laurie
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Note dell'autore:
Avvertimento: importanti
spoiler fino al capitolo 131 del manga.

Fairytale

I bambini correvano, saltavano e schiamazzavano. Nell’aria nuova di prima mattina l’erba scintillava ancora di rugiada sotto i loro piedi che si rincorrevano in una danza caotica.
Come di comune accordo, i piccoli salirono il declivio dolce che portava alla scogliera bianca. Si spingevano tra loro, si sparpagliavano come colombelle frenetiche, i maschi più veloci, le femmine più allegre. Improvvisavano gare di corsa con grande accanimento salvo poi proclamarsi ognuno vincitore. Ridevano per essere sfuggiti dai loro genitori, che insonnoliti e pigri stavano sdraiati sulla spiaggia davanti al mare di maggio.
I bambini si erano stufati ben presto di quella sabbia bianca dove non potevano correre senza che qualcuno degli adulti non li riprendesse perché li disturbavano troppo con le loro grida o perché si stavano infangando i vestiti nell’acqua melmosa del bagnasciuga.
Così correvano liberamente sul pendio erboso, incontro al cielo laccato di azzurro del mattino. Giunti sulla cima del declivio, videro una dea seduta placidamente tra le rocce scure. Era così bianca che brillava al sole come spuma sull’acqua di mare. I primi arrivati, che erano anche i più grandi, rallentarono la loro andatura, imitati dai più piccoli che venivano dopo di loro; di lì a poco procedevano tutti con passo meno sicuro, come per non voler turbare la quiete in cui riposava la dea. Sapevano che era una persona importante perché i loro genitori parlavano di lei con prudenza e rispetto.
Dopo aver distolto lo sguardo dal mare — doveva averli sentiti arrivare — li fece un cenno amichevole di saluto, e i bambini, davanti al gesto di benvenuto, si avvicinarono con l’ irruenza di prima. Si riunirono attorno a lei, salutandola con inchini goffi, mentre i più grandi le auguravano buongiorno e i più piccoli la fissavano a bocca aperta.
“Buongiorno a voi,” rispose la dea.
Lei li guardò ad uno ad uno: i figli degli Juunishi. Poteva riconoscere i lineamenti dei loro genitori: lì c’era la piccola di Toru e di Kyo, che non stava mai ferma un momento ; c’erano i figli di Hatsuharu, i gemelli dall’aria fragile di bambole di porcellana; la guardavano gli stessi occhi di un morbido castano di Kureno e i capelli biondi di Momiji brillavano nel sole ancora giovane. Erano allegri ed erano spensierati, ma erano anche uniti; sempre insieme, come una volta, i figli dei Soma.
La dea sorrise, ed i bambini non capirono il perché. Avevano ripreso fiato dalla corsa, ed i più vivaci già scalpitavano per giocare ancora. Ma una ragazzina dai folti capelli neri fece sentire la sua voce prima degli altri: “Raccontaci una fiaba!” Ricordava che una volta aveva sentito delle storie bellissime narrate dalla dea, in una sera di fine dicembre quando gli adulti si erano riuniti per una festa.
Si unirono altre voci alla richiesta. “Per favore,” chiesero in coro.
“Voglio una bella fiaba,” precisò un bambino.
Anche i più vivaci, catturata la loro attenzione su qualcosa di nuovo, unirono la loro voce.
“Per favore, per favore.”
“Sedetevi,” rispose la dea, per nulla contrariata ma colpita dalla loro richiesta. “e avrete la vostra storia.”
Un po’ spingendosi, un po’ diligentemente scegliendo il posto dove sedersi i bambini si trovarono in poco tempo accomodati sulle rocce che sporgevano tra l’erba o direttamente sul prato, felici che la dea non protestasse se si macchiavano i vestiti. La dea, da parte sua, si divertiva al pensiero di come i genitori avrebbero accolto gli abiti sporchi dei loro figli, mentre aiutava a sedere i più piccoli, che faticavano a trovare il loro posto.
Quando la maggior parte di loro si fu calmata, chiese: “Cosa volte che vi racconti?”
“Una storia d’avventura,” dissero i maschi
“Una storia con un bel principe,” sospirarono ridacchiando le bambine più grandi.
“La storia che mi racconta mamma,” chiese qualcuno dei più giovani.
Ricominciò il trambusto di voci che si soprapponevano senza trovare una soluzione. La dea li zittì con un unico gesto della sua mano — che era piccola e delicata, ma che agli occhi dei bambini sembrava grandissima e piena di potere tanto si muoveva in modo sicuro.
“La storia del gatto e dei dodici animali,” esclamò con sicurezza la figlia di Toru.
La dea si voltò verso di lei: “Non te l’ha raccontata tua mamma?”
La piccola scosse la testa facendo oscillare in modo buffo i suoi codini, stupefatta ma felice che la dea si fosse rivolta proprio a lei.
“Allora, vi racconterò la storia del gatto e dei dodici animali dello zodiaco cinese,” concesse la dea.
E dopo una pausa di silenzio la sua voce cominciò a narrare: “C’era una volta un Dio. Era un Dio buono e saggio, ma era sempre stato solo...”
La sua voce si abbassò fino a diventare un mormorio davanti al suo uditorio che la seguiva sulle spine e che a quel brusco cambio di tono la guardava senza capire cosa stava succedendo.
“Nessuno viveva con lui. Almeno fino al giorno in cui un gatto bussò alla sua porta…”

***

Era nero. Era un mondo completamente, indissolubilmente tinto nel nero.
Contorni e forme sparivano sotto la coltre di tenebre.
E lei sorrideva.
Gocce oscure si aprivano come fiori mortiferi, si espandevano come cancri sempre più mortali e coprivano le pareti.
La finestra spariva, la luce moriva in un silenzio profondo.
Ma lei voleva di più.
I pannelli delle porte si nascondevano dietro nubi di denso inchiostro.
Ogni oggetto perdeva forma, colore e sostanza.
Ogni cosa scompariva, ma non sarebbe mai andata via.
Era lì, poteva sentirla.
“…prego…”
Lei non aveva paura.
Se non c’erano porte, nulla se ne sarebbe andato. E se le finestre scomparivano, nulla sarebbe balzato oltre il davanzale, verso un’azzurra libertà.
“Ti… prego…”
“Sì, sono qui.”
Affettuosa, si china sulla piccola figura che non c’è.
Il buio l’ha inghiottita.
“Sono sempre qui.”
Afferra piccole mani fragili, un uccello che non può più scappare.
Sì, nulla sarebbe andato via, perché nessuna via esisteva più.
Neppure loro esistevano più.
Sarebbero sempre rimasti lì.
“Via… voglio…”
Ma le ultime parole si perdono nel lamento, a cui fa eco un grido d’orrore.
Una macchia grigia si sta allargando nella perfetta cupola di ossidiana che la circonda. Una macchia fragile e ancora confusa.
E’ una chiazza luminosa, uno squilibro e un affronto. Persiste con tanta insistenza davanti a lei che non può distogliere lo sguardo.
“Yuki!”
Ma persiste, anche quando lei la scuote per cacciarla via.
Diventa sempre, sempre più chiara. L’oscurità scivola via come un telo che viene tolto.
“Anche tu, anche tu… anche tu!”
Il grido si sfalda in mille singhiozzi mentre il sole forza l’ultima serratura e invade il suo campo visivo.

***

“E poi?”
Chiese un bambino, gli occhi sognanti come il resto del suo piccolo pubblico.
“Il dio diede una grande festa a cui tutti gli animali furono invitati…”

***

Aveva ormai provato ogni mezzo. Era ricorsa con pari accanimento alle minacce e alle lusinghe, si era mostrata inflessibile e comprensiva. Ma nulla, nulla aveva impedito a loro di tradirla.
Se ne stavano andando via. Se ci pensava, sentiva la rabbia annullare qualsiasi pensiero per dominarla completamente.
Uno dei primi a lasciarla fu Yuki, il suo diletto Yuki che aveva trascorso gli ultimi anni sempre con lei. Gli adulti si erano preoccupati per le sue condizioni di salute, ma non sapevano che egli poteva essere felice solo accanto a lei.
Soltanto Akito poteva stare vicino a lui senza provare paura o disgusto. Soltanto ad Akito non importava se lui era un mostro. Soltanto Akito poteva amare il piccolo Yuki.
“Nessuno accetterà il fatto che sei il Topo,” gli confidava sempre.
Ma anche Yuki, sempre così remissivo, si era allontanato con l’indifferenza di sempre, senza voltarsi neppure una volta indietro.
“Sta molto male,” le aveva detto Hatori, quando era andata da lui furiosa ed in lacrime.
“Se non vuoi che muoia, devi lasciarlo andare,” aveva aggiunto Shigure. “Tu non vuoi che muoia, vero?”
No, non voleva. Anche quello era un modo per allontanarsi da lei, per abbandonarla. Ed era per sempre. Al solo pensiero provava il desiderio di rompere qualsiasi oggetto che si parasse davanti, e lo faceva: mentre ripensava alle parole che condannavano il suo compagno all’esilio, lei lacerava le carte, i vestiti ed il futon che si trovavano nella sua stanza.
Ma sapere Yuki lontano da vivo era meglio che saperlo morto.
Aspettiamo, si era consolata. Ritornerà.
Ma con il passare del tempo, ogni Juunishi sfuggiva dal suo abbraccio. Anche Shigure, soprattutto Shigure. E a lei non restavano altro se non la presenza di Kureno e le parole di disprezzo di Ren.
“Stavo aspettando il momento della Festa,” avrebbe confidato molti anni dopo a Toru.
E ogni anno arrivava. Durante la festa di Capodanno un’antichissima tradizione di famiglia imponeva agli Juunishi di riunirsi insieme al Dio, che glorioso e felice in mezzo ai dodici animali aspettava l’arrivo del nuovo anno.
Akito attendeva con trepidazione quella data. Entrava nel salone della festa impaziente e salutava ognuno dei suoi diletti con affetto. Ma dopo le cerimonie di rito si sedeva in disparte, li osservava mentre uniti nello stesso gruppo mormoravano discorsi che non erano per lei, e aspettava. Il momento del loro ritorno sarebbe giunto.
“Ma invece, non era così. Nessuno sarebbe ritornato.”
“Lo pensava anche allora?” le chiese Toru. “Mentre sedeva alla festa di Capodanno, aveva già perso la speranza?”
“Forse,” rispose Akito, osservando la distesa di panni che Toru aveva steso con tanto precisione e che stavano brillando candidi al sole. “Avevo già capito questo, ma non lo avevo ancora accettato.”
“Però, è bello desiderare di essere insieme, felici, per una festa. E’ bello pensare che questa festa durasse per sempre. Che nessuno si stancasse, o fosse triste, o se ne andasse. Piacerebbe anche a me,” e Toru sorrise con un lieve imbarazzo a quella confessione.
Ma Akito pensava che per una volta le parole della ragazza non potevano attenuare il peso tremendo di quel suo desiderio.

***

”Povero signor Dio.”
Sul viso della bambina di Toru delle lacrime stavano scorrendo. Akito tirò fuori un fazzoletto dal suo kimono, e i bambini le videro compiere un gesto assai poco da dea: asciugare le lacrime della piccola.
Un bambino lì accanto borbottò qualcosa come “piagnona”, ma lui stesso aveva ricacciato con fatica il pianto. Altri bambini accanto a lei erano rimasti impressionati dalla gentilezza della dea, tanto da dimenticare la commozione che la favola aveva prodotto in loro e che li aveva resi muti.
“Ma perché è finito così il Dio?” chiese uno di loro.
“Perché doveva succedere. Quella era l’ultima festa che il Dio diede con i suoi amati animali, ma loro lo seppero troppo tardi.”
“Però…”
Akito sorrise. Era proprio dei bambini pensare che l’impossibile sarebbe stato cambiato.
“Volete sapere come prosegue la storia?”
Tutte le teste dell’uditorio annuirono all’unisono.
“Il Dio morì. Il dolore che ogni animale provava era enorme, e forse soltanto il tempo lo avrebbe attenuato. Ma intanto, era ancora forte. Ogni animale avrebbe voluto che il Dio rimanesse sempre con loro e che la Festa non avesse mai fine. Ma il gatto, che era arrivato quando ormai il banchetto era finito, prese la parola.”
“Oh, c’è anche il signor gatto!”
“Sì. Dicevo, il gatto consolò i suoi amici. ‘Tutto è destinato a finire’ li disse. ‘Tuttavia noi dobbiamo serbare il ricordo del nostro amato Dio, che prima di andarsene pensò a noi e che ci regalò momenti di felicità.’ E benché i cuori di ogni animale fossero gravati dal recente dolore, quelle parole erano sagge e giuste, e dovettero riconoscerlo.
“Così, da quel giorno lontano gli animali scelti dal Dio divennero i dodici animali dello zodiaco.”
“Tranne il gatto!”
“Tranne il gatto, che era giunto troppo tardi per dire addio al Dio.”
Ci furono delle proteste sull’ingiustizia subita dal gatto, escluso a causa del suo ritardo, mentre altri pensavano che fosse giusto così: anche loro erano puniti se arrivavano tardi a scuola.
“Ed è finita così?” chiese uno di loro.
“Sì.”
Seguirono altri mormorii di protesta, ma non osarono esprimerli ad alta voce per rispetto della dea.
“Bambini, non sono i vostri genitori quelli che vi chiamano?”
Il suo uditorio si voltò nella direzione da lei indicata, alla spiaggia dove le madri chiamavano con gesti i figli. Sulla sabbia erano stati disposti i teli, tirate fuori le sacche con i bento pronti e tutto quello che era necessario per un picnic all’aperto. Era già l’ora di pranzo.
I bambini si accorsero di essere affamati. Non esitarono a lanciarsi a capofitto giù per il pendio, tra le loro grida di gioia al pensiero del pasto imminente e le vane proteste dei genitori che temevano i ruzzoloni.
“E tu non raggiungi gli altri?” chiese Akito alla bambina che era rimasta.
La piccola scosse la testa allegramente.
“Voglio chiedere una cosa alla signora dea.”
“Dimmi pure,” rispose la donna, colpita come sempre dal soprannome che le avevano affibbiato i più piccoli membri della famiglia Soma.
“Non poteva il Dio salvarsi?”
Akito sospirò. Era troppo presto perché i bambini capissero quella fiaba: per loro era tutto molto semplice, una pura questione di giusto e sbagliato. Lei stessa aveva faticato molto prima di capire le parole del gatto e di accettarle.
Soltanto nel momento in cui ogni animale l’abbandonò, lei ricordò. La gioia del legame ed il dolore di perderlo: erano così uniti strettamente che lei non poteva sciogliere un filo senza rovinare l’intera matassa.
Bene, si era detta, li conserverò entrambi.
Ma senza che lo avesse previsto, l’antica fiaba si era sempre rinnovata. Le parole che il gatto pronunciò tanto tempo fa come addio per il Dio che egli amava non erano morte con lui. Di bocca in bocca la gioia del legame ed il dolore della sua rottura prendevano vita nella storia che la famiglia gelosamente conservava. Fino ad arrivare a quel giorno, a quel mattino di inizio estate quando i piccoli Soma avevano udito ancora la storia dei dodici animali. E il banchetto lontano, quella festa che nessuno voleva finisse mai, era diventato a suo modo eterno.
“No, non poteva.”
La bambina rimase confusa e pensierosa a fissare la festa che già era cominciata in spiaggia.
“Però, lui era un Dio…”
“Non conta. Purtroppo, doveva finire così.”
Un giorno avrebbe capito.
“Ma, se ti può consolare, ti svelerò un segreto,” la dea si chinò sulla bambina, tutta eccitata per questa confidenza. “Quando il Dio morì, nacque una donna…”

Nota
La storia degli animali dello zodiaco cinese possiede una notevole importanza nella storia originale: qui è raccontata in una versione differente, che è poi la stessa attraverso la quale ho conosciuto per la prima volta questa antichissima leggenda. La parte del gatto è tuttavia presa pari pari da come la racconta Takaya-sensei nel manga.
Non so se in futuro, molti anni dopo la fine del manga, accadrà mai qualcosa del genere. E’ una fanfiction sulla speranza e sul futuro.