E domani e domani e domani, s’insinua a piccoli passi da un giorno all’altro…
Sesshoumaru avanzò sul promontorio, fino a quando l’intera vallata si aprì dinanzi a lui e la liscia superficie del lago scintillò alla luce solare nel suo massimo fulgore.
Le pendici dei monti circostanti racchiudevano come in una coppa le acque, che nel mezzo di essi erano sgorgate tanto tempo prima.
Aveva sentito molte storie su come era nato il lago, dalla mano di divinità dai nomi dimenticati secondo gli uomini, o da antichi sconvolgimenti della terra, terribili come le battaglie tra esseri immortali, secondo gli youkai.
Anche loro, i tai-youkai, conservavano le memorie, ma lui non sapeva dire se le loro fossero più veritiere di quelle degli uomini.
Il suo sguardo dorato si spostò sulla riva opposta.
Sesshoumaru trasalì impercettibilmente, avvertendo una tensione fastidiosa che gli irrigidiva i muscoli. Tanti anni erano passati dall’ultima volta che aveva visto le colonne rosse, i muri sbiancati e i tetti dalle tegole azzurre e dagli angoli incurvati verso l’alto del Padiglione della Luna, anni che lui non si era curato di contare.
Tempo era una parola che spettava agli uomini usare; ma lui sapeva che questo era trascorso, sebbene non scorgesse nessun cambiamento. Le stagioni erano passate, gli alberi si erano spogliati delle loro foglie e queste erano poi rinate, l’erba era ingiallita e cresciuta, ma tutto era rimasto immutato.
Il rumore di passi lo portò a voltare leggermente la testa. Jaken stava sopraggiungendo, con uno sguardo sollevato alla vista del lago, e dietro di lui Rin cavalcava Ah-Uh.
La bimba umana gettò un gridolino di sorpresa e di meraviglia, si affrettò a scendere dal drago a due teste e corse al limite della scarpata, per ammirare meglio il panorama.
Per un istante Sesshoumaru credette che lei avesse visto il Palazzo, e che fosse questo la causa della sua meraviglia.
Ma ricordò che i suoi occhi inconsapevoli di umana non potevano vederlo. Era nascosto per lei, come lo era per gli occhi inumani di Jaken e persino per lo sguardo dorato di chichi-ue, che era nato su quelle rive prima di lui.
“Perché siamo venuti qui, Sesshoumaru-sama?” chiese allegra la bambina.
Lui non rispose subito. Rin sembrava entusiasta del lago, eppure era proprio del suo animo infantile rallegrarsi per un nonnulla, che fosse un fiore in un campo o un animale incontrato lungo la pista. No, Rin non poteva vedere il grande rifugio, adagiato sulle rive, la cui mole sovrastava le acque, nelle quali il suo riflesso all’incontrario tremolava appena per la brezza che si era sollevata.
“Ti piace il lago, Rin?” chiese.
“Hai!” rispose con l’immancabile spensieratezza.
Ma Sesshoumaru pensò: lei non sapeva ciò che si trovava nascosto, il segreto del lago che solo la luce della luna calante rivelava agli uomini ed agli spiriti; solo allora il profilo del Padiglione della Luna emergeva dalle tenebre della notte, netto per pochi istanti, riverberando nella luce livida e azzurrina dell’astro celeste.
Sesshoumaru si riscosse, decidendo che era il momento di proseguire.
Jaken attese incerto istruzioni, con in mano le briglie di Ah-Uh, mentre già Rin trotterellava al fianco del suo padrone.
“Rin, il drago non verrà con noi,” l’avvertì egli.
“Oh!” la bambina stava per protestare, ma quando lo sguardo di Sesshoumaru si posò su di lei, dimenticò qualsiasi parola avesse voluto pronunciare.
Tornò indietro e si accostò ad Ah-Uh. Jaken si allontanò dal drago, per affiancarsi al padrone, sul volto un’espressione contrariata che a quest’ultimo non piacque.
Jaken si stava prendendo troppe libertà nel commentare le sue decisioni. Non che lui fosse indotto a cambiarle per questo, ma scoprì che era irritato della tacita disapprovazione del suo subordinato.
Mentre osservava Rin salutare affettuosamente il drago, Sesshoumaru non capiva come poteva la ragazzina affezionarsi ad una creatura che apparteneva ad una razza misteriosa all’uomo. Gli parlava, benché sapesse che il drago non poteva risponderle. Gli aveva persino inventato un nome.
Era umana, si rispose.
Anche questo era un pensiero su cui preferiva non indugiare. E il fatto di non riuscire a riflettere senza sentirsi irritato lo infastidiva ancora di più.
Sesshoumaru si incamminò verso il lago, ben sapendo che dietro di lui Rin aveva già abbandonato la sua cavalcatura e lo stava seguendo, insieme a Jaken che la rimproverava per averli fatti aspettare.
Non tardarono molto a raggiungere le rive, dove l’erba bruscamente cessava di crescere, sostituita dalla ghiaia sopra la quale l’acqua del lago si stendeva in placide e pigre onde.
La vista del lago, assediato da ogni lato dal verde intenso dei boschi, era ancora migliore, e lontano il Padiglione della Luna appariva bianchissimo, così luminoso da risultare sfocato contro il profilo azzurrino del monte retrostante.
“Dove andiamo Sesshoumaru-sama?” chiese ancora Rin mentre sguazzava allegra nell’acqua, sollevando minuscole gocce d’acqua che scintillavano come perle posandosi sui suoi capelli neri.
“In questa valle si trova la dimora di Sesshoumaru-sama.”
“Casa?” Rin si volse tutt’intorno per scoprire dove si trovasse ciò che lei non poteva vedere.
I suoi occhi si fermarono smarriti per incontrare il volto di Sesshoumaru. In quegli occhi immensi, dilatati dallo stupore, egli vi lesse un sentimento che non riusciva a comprendere e che tuttavia lo impensierì. Erano occhi di chi aveva perso l’allegria, erano gli occhi di Rin quando era morta.
Gli uomini hanno sempre quello sguardo quando si spengono, ma lui non capiva il perché.
In verità, non avrebbe dovuto importargli.
Sesshoumaru si voltò verso Jaken, il quale sembrava trattenersi dal commentare; con una sola occhiata lo avvertì che disapprovava qualsiasi replica.
Il suo servitore non aveva diritti di decidere, lui che non era in grado di vedere oltre la barriera che proteggeva il Padiglione della Luna, lui che non poteva neppure attraversare il lago.
Sesshoumaru si accostò alla riva e affondò la mano nell’acqua: attorno ad essa si formarono sottili cerchi, che con lentezza si allargarono sempre più ampiamente.
La superficie del lago sobbollì, fino a quando si ruppe e un oggetto cominciò a sollevarsi dalle sue profondità. Quando le acque si calmarono, una bassa chiatta galleggiava a pochi passi dalla riva.
Rin, che aveva seguito lo strano evento emettendo un strillo di sorpresa, ora guardava ammirata Sesshoumaru, quando egli con il suo incedere perfetto si incamminava verso la barca e vi saliva. La bambina rimase per un istante indecisa, ma quando si accorse che lo youkai si era voltato a guardarla, corse velocemente verso la barca.
Quando anche Jaken vi fu salito, Sesshoumaru si sistemò a prua; allora la barca prese a muoversi, manovrata da Jaken con un lungo palo, puntando verso la riva apposta.
Rin si era abituata presto ad eventi insoliti, che avrebbero spaventato qualsiasi altro umano, pensò Sesshoumaru.
Tutti i cuccioli degli uomini erano dunque così pronti ad adattarsi? Forse Rin era un’eccezione, perché non si era mai allontanata da lui, anche quando egli credeva lo facesse.
Ascoltava la bambina tempestare di domande con la sua solita curiosità chiassosa Jaken, ed egli rispondere alquanto infastidito. Il loro cicaleccio in sottofondo era ormai diventato abituale per lui.
Abitudine: era un concetto che andava bene per i mortali, si corresse con disprezzo.
Si curò che la barca seguisse la giusta direzione. Era un gesto spontaneo, che non aveva compiuto da tempo ma che ricordava alla perfezione. Precisamente, l’ultima volta che aveva richiamato la barca, era stato quando aveva lasciato la sua dimora portando con sé solo le oscure parole che chichi-ue gli aveva lasciato insieme con la spada che non poteva uccidere. Benché chichi-ue non fosse riuscito a strappargli la promessa, lui aveva alla fine compiuto la sua volontà: il fratellastro mezzosangue era vivo, la Tessaiga gli apparteneva mentre la Tenseiga era nelle sue proprie mani; proprio come aveva stabilito chichi-ue.
Scoprì che questo pensiero non lo infastidiva come sarebbe successo un tempo, ma questo non voleva significare che gli piacesse pensarlo. Tornare senza la spada era come ammettere di essere stato sconfitto.
Sesshoumaru si accorse che si stavano avvicinando al punto dove cominciava la barriera. Mentre la barca oltrepassava il cerchio dell’invisibile protezione, sentì la mezzaluna sulla sua fronte pulsare.
Dalla esclamazione di stupore di Rin capì che anche lei stava ammirando l’imponente palazzo: persino a lui appariva ora più chiaro, mentre questo scintillava sullo sfondo, più candido delle nuvole in cielo, più perfetto e più imponente di qualsiasi costruzione creata da mano umana.
“Quella è la casa di Sesshoumaru-sama,” disse Rin, pronunciando ogni parola con venerazione.
“Quel palazzo da secoli innumerevoli è la dimora degli inu-youkai,” precisò Jaken, la cui voce sgradevolmente acuta trasudava la disapprovazione per la presenza della bambina.
Non sarebbe stato l’unico, probabilmente. Ma a Rin sembrava piacere il palazzo.
Sesshoumaru considerò che si era abituata in fretta a salire su una barca apparsa dal lago, diretta ad un luogo che lei non poteva vedere.
Era un comportamento che non si aspettava da nessun essere mortale.
Per quanto tempo Rin sarebbe rimasta umana?
Era un pensiero insolito, disturbante: eppure Sesshoumaru pensò proprio questo mentre la barca si accostava alle rosse colonne, che affondavano nelle acque del lago, e ai bianchi porticati del Padiglione della Luna.
Rin corre tra le colonne del portico, che è sollevato proprio sopra le acque del lago. Riesce a sentire l’odore fresco dell’acqua.
“Questa è la casa di Sesshoumaru-sama!” grida con la sua voce trillante, piena di gioia, di meraviglia e di eccitazione.
Le sale che intravede paiono enormi, il portico non sembra avere fine; sente giungere da lontano la voce di Jaken, che la richiama, e ride, fuggendo sempre più veloce, sempre più lontano. Giunge a un cortile, dove i fusuma immacolati sono tutti chiusi, dove non c’è neppure una scalfittura sulle colonne di legno, una macchia, un filo d’erba.
Le pietre, disposte in modo sconnesso sul pavimento, sono lisce, come se migliaia di piedi vi avessero camminato sopra.
Il vero Padiglione della luna si trova davanti a lei, ancora inesplorato, ancora custodendo i suoi segreti.
Rin si gira velocemente verso il lago, che scintilla alle sue spalle, perché vuole vedere se Sesshoumaru è arrivato. Ed egli è lì, dietro di lei, e la sta fissando in silenzio.
Non sembra scontento, non sembra arrabbiato, non sembra niente, in realtà. Il suo viso è senza espressione, come l’immagine di un dio, che una volta vide nel tempio del villaggio. Persino i grandi Buddha di bronzo hanno un’aria benevola al confronto.
Posso rimanere qui? sta per chiedere. Ha un brivido e non dice nulla, le parole si spengono all’improvviso nella sua gola.
Ma sorride, infine.
Va tutto bene, vero?
E’ divertente, davvero divertente.
Non ci sono confini, non ci sono divieti, non ci sono pericoli, per quanto ci siano le pareti che la costringono a svoltare e debba seguire il tracciato dei corridoi e attraversare grandi cortili interni e percorrere i porticati che si affacciano su questi, mentre il suo cammino si attorciglia verso il cuore del palazzo.
Il sole non penetra dentro quella casa, né il vento, né la pioggia. Ma a lei piace: la casa non ha mai fine.
Rin, mentre corre, volge lo sguardo oltre la spalla per vedere quanto dista da Jaken. Ma non lo trova.
Si ferma. E’ sola.
Le piace correre attraverso il palazzo, mentre si inoltra sempre più profondamente dentro di esso e scopre i suoi segreti: stanze deserte dove lei non trova alcun oggetto, spesso disadorne oppure circondate da pannelli decorati con immagini di fiori, piccole stanzette sature di antichi oggetti disfatti e polverosi, lunghi corridoi di legno lucido, silenziose statue di bronzo che la attendono nei cortili.
L’intero palazzo è deserto. Rin sente il silenzio circondarla e premerla, quasi respingendola.
E’ un silenzio che la mette a disagio, che vorrebbe infrangere con una parola o con un semplice grido.
Chiama Jaken-san, pensa. Ma non riesce a pronunciare alcuna parola.
Dopo aver pensato che infondo lo avrebbe ritrovato dopo, Rin riprende a correre. Jaken la starà ancora seguendo, per rimproverarla del suo comportamento, per dirle che non deve vagare da sola nel palazzo, che appartiene alla tribù di Sesshoumaru-sama. Rin sa questo a memoria, tante volte Jaken lo ha detto.
A lei piace il gioco di rincorrersi: ricorda vagamente che vi giocava con i suoi fratelli e con gli altri bambini del villaggio, quando era più piccola. Sono ricordi ormai scoloriti, hanno perso tutti i loro suoni e tutti i loro colori. Lontani, lontani, somigliano ai sogni.
Rin si blocca e si volta rapida. Non c’è ancora nessuno dietro di lei.
Sopra i tatami bianchissimi, che coprono il pavimento del corridoio, spiccano le orme scure dei suoi piedi.
Si guarda intorno, ma nessuno è lì a rimproverarla.
Come farà? Non sa come cancellare le macchie.
Le segue per un po’ con lo sguardo fin dove si perdono nell’oscurità.
Sospira impotente. Quando decide di tornare indietro, uno sbuffo d’aria le sfiora l’orecchio sinistro. Volta il capo da quel lato e sgrana gli occhi per la sorpresa: le sembra di aver visto una coda, folta e chiara, fluttuare nell’aria per poi svanire.
“Aspetta!” esclama. L’eco del suo grido si smorza subito nel silenzio.
Rin osserva per qualche minuto il punto dove ha visto apparire la coda, delusa. E’ da molti giorni che abita in quel palazzo e ancora non ha visto nessuno oltre Jaken-san e Sesshoumaru-sama. Ogni tanto si accorge che qualcuno l’osserva dietro i pannelli di carta di riso o negli angoli bui delle stanze, ma ancora non è riuscita a scoprire chi sia.
Scuote la testa, i suoi capelli volano leggeri tutt’intorno, solleticandole il collo. Rin, ridacchiando, riprende la corsa. Troverà lei Jaken-san.
”Jaken-san, non abita nessuno qui a parte noi?”
“Abita? Ma non sai che dimora è questa?”
Rin scuote la testa: è buffo Jaken-san, quando si agita, ma non capisce perché si deve indispettire così per una domanda.
Lei pensava che il palazzo fosse solo di Sesshoumaru-sama: palazzi così grandi e belli sono per le persone importanti, e lui è sicuramente una persona importante. Ma non ci sono servitori, e Jaken le ha detto che quel palazzo non è soltanto di Sesshoumaru.
Allora chi prepara i suoi pasti? Chi mette a posto ogni cosa? Non è mai entrata in una casa così ordinata.
“Jaken-san, sei tu che pulisci i pavimenti?”
“Certo che no,” ribatte lo youkai stizzito.
Forse si è offeso, pensa Rin, mentre raccoglie con le bacchette il riso dalla ciotola e lo porta alle labbra.
“Allora c’è qualcun altro?”
Ma Jaken non le risponde, anzi volta il capo dall’altra parte.
Si accorge con un senso di smarrimento che è la prima volta che succede. Jaken l’aveva spesso rimproverata, ma mai, mai si era rifiutato di rispondere ad una sua domanda.
“Dov’è Sesshoumaru-sama?” prova ancora, senza scoraggiarsi.
E’ passato tanto tempo dall’ultima volta che l’ha visto: Rin non sa tenere il conto dei giorni, ma sono trascorsi davvero tanti. Questo la rende triste: le piace guardare Sesshoumaru-sama, le piace la sua folta coda, che da l’idea di essere sofficissima, e i suoi capelli, che sono i più lunghi lei abbia mai visto, e quei due segni sulle guance li trovava davvero eccezionali. Nessuno che lei conosce assomiglia a Sesshoumaru-sama.
Ma, riflettendo bene, le riesce difficile ricordare chi aveva conosciuto.
“Posso andare a trovarlo?” incalza Rin.
“No,” risponde controvoglia Jaken.
“Perché? E’ arrabbiato con me?”
“No.”
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”
“No,” poi Jaken si corregge. “A parte correre tutto il giorno in giro per la casa…”
“E’ questo che lo ha fatto arrabbiare?”
Rin deve chiedere scusa a Sesshoumaru-sama. Le piace poco l’idea che lui sia arrabbiato a causa sua.
“No!”
Jaken ora la sta guardando.
Non ha più un’espressione buffa, sembra scontento e pensieroso.
“Hai finito di mangiare?” le chiede. Senza aspettare la risposta prosegue: “Vai a dormire. La stanza è già pronta.”
Vorrebbe dirgli che prima lui potrebbe rispondere quando potrà incontrare Sesshoumaru-sama. Ma dietro il fusuma, che si apre, scorge il futon, così caldo e confortevole, e scopre che ha sonno ed è stanca.
Ma domani andrà a cercare Sesshoumaru-sama, si ripromette, così gli domanderà il permesso di esplorare il palazzo e così Jaken-san non protesterà più.
“Tu sei un kitsune, vero?”
Rin lo ha finalmente raggiunto: ha corso così tanto perché anche lui non le sfuggisse. La volpe ora la sta fissando, incuriosito.
“Sai cosa sono, piccola umana?”
“Hai. Ho sentito molte storie su di te.”
Il kitsune esegue una piroetta in aria, divertito. Quando vede l’espressione entusiasta sul volto della bambina, scoppia in una fragorosa risata.
“Davvero? Cosa dicono?”
“Mi hanno raccontato che siete imprendibili, che siete capricciosi, che avete l’aspetto di bellissime donne…”
Rin lo guarda un po’.
“Ma tu non hai questo aspetto?” chiede delusa.
“Certo che no!” ridacchia la volpe.
“E che sapete trasformarvi in oggetti diversi. E che ingannate gli uomini.”
“Solo perché loro ce lo consentono.”
A Rin non piace quel piccolo sogghigno divertito. Con le sopracciglia aggrottate, lo squadra dall’alto in basso: “Io non mi farò ingannare.”
”E chi ti dice che non lo sto già facendo?”
Rin riflette per qualche istante, prima di ridere con allegria. E’ una risata piacevole, come tanti piccoli sonagli che sbattono uno contro l’altro. A lei si unisce il kitsune.
“Dimmi: in cosa vuoi che mi trasformi?” chiede la volpe, con un sorriso incoraggiante.
“Una coda grandissima e morbidissima!” esclama lei con entusiasmo.
Il kitsune si trasforma, sotto gli occhi sbalorditi di Rin, che batte le mani alla vista della coda comparsa a mezz’aria dove prima si trovava la volpe.
“E una farfalla. E un fiore. E una nuvola.”
Mentre lo spirito cambia forma, Rin batte le mani e ride divertita.
“Adesso ridi, ma prima non eri molto allegra.”
“Davvero?” chiede la bambina, stupita.
“Sì. Perché eri triste?”
Rin rimane in silenzio, mentre pensa cosa vorrebbe dirgli e perché non vorrebbe dirglielo. Ma forse del kitsune si può fidare, le è simpatico.
“Non posso vedere Sesshoumaru-sama.”
Il kitsune sgrana gli occhi e fa una capriola a mezz’aria.
“Davvero? Proprio lui?”
“Sì.”
Rin, che prima era divertita dall’espressione incredula apparsa sul viso volpino, ne è ora turbata.
“Tu sai chi è lui?”
“Una persona importante, no?”
“Sì, puoi dire così. Lui è forte.”
Rin annuisce. Lo sa.
“Ma c’è qualcosa, qui, che non piacerà di certo a qualcuno, e neppure lui, per quanto forte, può farci qualcosa.”
Rin sbatte la ciglia, non capendo.
“Cosa?” chiede ingenuamente.
“Per esempio, perché una piccola umana gira da sola per questo palazzo,” è la risposta, pronunciata in tono insinuante.
Rin sobbalza, lo sguardo fisso sul viso furbo del kitsune.
Oh, non le piace! Oh, la sta ingannando, proprio come aveva detto!
La bambina gli gira le spalle.
“Cosa c’è che non va?”
Il viso del kitsune compare davanti ai suoi occhi e le sembra di scorgere il dispiacere nel suo sguardo azzurro e nella sua voce carezzevole.
“Grazie per esserti fermato. Nessun altro lo fa,” gli dice prima di correre via.
Ha capito che sta arrivando ancor prima che lei superi la soglia della stanza. Lei si muove sempre con tanto rumore e con tanti schiamazzi, non riesce mai a rimanere in silenzio, almeno fino a quando non crolla addormentata.
“Sesshoumaru-sama!” trilla Rin.
E’ un suono acuto, che le prime volte aveva infastidito le sue orecchie. Ora invece non vi bada più di tanto.
Sesshoumaru fissa il suo sguardo sulla bambina, mentre si accomoda vicino a lui, proprio a fianco del supporto di legno sopra il quale è appoggiata la Tenseiga. Lei non si accorge di questo: probabilmente solo se fosse inciampata nella katana, vi avrebbe prestato attenzione.
Lui invece no: si accorge sempre che il posto della Tessaiga è vuoto. Ogni tanto gli sembra di vedere chicchi-ue ancora vivo, in quella stessa stanza enorme piena di ombre bianche, le sue katana luccicanti posate accanto a lui a rimarcare la sua forza.
Sesshoumaru si riscuote: Rin non ha mai guardato la spada a cui deve la vita, e lui preferisce così.
“Guarda cosa ho trovato,” esclama allegra la piccola umana.
Lui abbassa gli occhi su ciò che si trova nelle mani di lei, un rotolo accuratamente inserito nella custodia di legno e sigillato con un filo rosso. Lo prende in mano e lo srotola con cautela: è carta di riso, coperta della scrittura umana e perfettamente conservata.
“Dove lo hai preso?” chiede Sesshoumaru, senza lasciare trapelare il suo stupore per aver scoperto che un manufatto umano si trova a sua insaputa in quel palazzo.
“Era in una stanza. Una stanza molto piccola e buia. A Rin non piaceva affatto quella stanza.”
Rin rimane in silenzio. Solitamente se lei non parla significa che qualcosa non va, così Sesshoumaru alza gli occhi dal rotolo. E’ lei ora a fissarlo con una espressione insistente che esprime soprattutto una richiesta.
Sostiene a lungo il suo sguardo, considera, contrariamente agli umani che tendono a evitare di guardare in volto gli youkai. Ma con il passare del tempo, qualcosa nel volto di lei si inaridisce: la sua vivacità, che le illumina la pelle, lo sguardo, la piega delle labbra in atteggiamento di sorriso, l’intero volto, scompare a poco a poco.
“Sesshoumaru-sama potrebbe leggermi qualche storia,” chiede con una voce bassissima.
Lui rimane in silenzio, rigirando, senza rendersene conto, tra le mani il rotolo. Smette subito, un po’ irritato da quel gesto inutile.
“Puoi imparare a leggere e a scrivere. Presumo che ci siano altri rotoli simili in quella stanza.”
Rin abbassa la testa e annuisce. Sesshoumaru considera che qualcosa non va perché è raro che la bambina non gli risponda.
La scrittura è propria degli esseri umani, e anche il narrare storie è una qualità tipica di loro. Non che nella tribù non si tramandino i racconti delle vicende passate, ma queste non vengono mai trascritte. La loro memoria non umana basta.
E’ naturale che Rin impari la lingua e i racconti della sua razza. Perché dunque lei non reagisce con allegria come sempre?
Sesshoumaru aggrotta le sopracciglia, ma lei non sembra voler reagire.
“Chiedi a Jaken di insegnarti a leggere e a scrivere,”conclude alla fine.
Rin si riscuote per prendere il rotolo che lui le porge.
Dopo essersi alzata, prima di lasciarlo, gli rivolge un’occhiata insolita per lei: sembra che disapprovi la sua decisione.
Questo non riesce a capirlo: è la prima volta che Rin contesta ciò che lui decide.
Sesshoumaru tuttavia non muta espressione mentre la guarda allontanarsi; e lei cammina come se volesse allontanarsi il prima possibile da lui.
Istante per istante by Laurie

