Il fuoco crepitò. Mentre le fiamme divoravano i ciocchi di
legna, la luce crebbe illuminando il volto concentrato di Kohaku e le fragili
pareti del casotto che avevano trovato lungo la via. Ombre si muovevano per la
stanza, attorno a loro, in una danza incontrollata e spaventosa.
Molti anni prima, quando era ancora viva, Kikyou avrebbe accolto con piacere la
prospettiva di riposare all’asciutto e al riparo dalla notte, ma adesso guardava
quelle mura con diffidenza, perché avrebbero potuto diventare non più un rifugio
sicuro ma una trappola. Era più semplice gettare una protezione su pannelli di
legno piuttosto che in mezzo ad uno spazio aperto o a un bosco. La barriera era
più solida e affidabile. Ma la sacerdotessa non si fidava delle sue protezioni,
da quando aveva scoperto che erano più fallibili del previsto.
Del resto, il loro nemico non si sarebbe fermato davanti a nulla: mura magiche o
mura solide per lui non facevano differenza.
“Sei stato bravo, Kohaku.”
Il ragazzino sussultò dalla sorpresa ma annuì, vergognoso di un complimento che
non si aspettava.
Kikyou pensò che era giovane. Non doveva pensarlo, ma era abbastanza saggia per
non negare ciò che vedeva.
Cominciò a sentire l’odore della carne arrostita al fuoco. Anche quello era
opera di Kohaku.
Aveva catturato un coniglio, prima che il sole calasse; aveva messo l’esca,
atteso in silenzio e immobile, con l’arma pronta. Lei lo stava guardando da
lontano; e quando tutto fu finito, sul terreno c’era un piccolo cadavere, alcune
macchie di sangue e un ragazzino che puliva la lama del suo falcetto.
Kohaku si era voltato, forse perché sentì che lei lo osservava, e il suo volto
era diventato tanto pallido che le lentiggini spiccavano nettamente.
Avrebbe dovuto pensare che un ragazzino come lui fosse affamato e procurare il
cibo: ma non aveva considerato che il suo arco potesse servire. Era stato
costruito per uccidere gli youkai, non per andare a caccia.
“Miko-sama?”
“Sì?”
“Ecco,” Kohaku abbassò la testa per evitare il suo sguardo diretto. “Non c’è
abbastanza carne per due.”
“Non preoccuparti di questo. Mangia anche la mia parte.”
“Però…”
Kikyou si chiese se doveva dirgli che lei non provava più il bisogno né il
desiderio di nutrirsi.
“Kohaku,” disse alla fine. “Una sacerdotessa è addestrata per sopportare il
digiuno, se necessario.”
Lui non sembrava ancora convinto. Forse si stava rimproverando per non essere
riuscito a procurare della carne in più.
“Sei stato bravo…” lo consolò Kikyou.
Era stato veloce e rapido con la sua kusarigama, quanto poteva essere un
cacciatore ben più adulto di lui, ma quando stava per dirgli questo, un pensiero
l’aveva fermata. Sarebbe stato davvero sollevato a sentir quel complimento?
“Lo ha già detto,” mormorò. Dopo aver capito che il suo commento poteva suonare
offensivo, arrossì.
Un ragazzino, solo un ragazzino.
Kikyou sorrise, malinconica.
“Ti sei comportato bene: hai acceso con cura il fuoco e non ti sei lamentato
della marcia di oggi.”
“Per quello! Sono abituato a muovermi,” Kohaku scrollò le spalle. “E il fuoco…
mi ha insegnato ane-ue.”
“Ane-ue?”
“E’ mia sorella maggiore. Lei è molto brava.”
Gli occhi di lui, mentre fissavano le braci ardenti, sembravano più grandi e più
scuri che mai e riflettendo la luce tremolante delle fiamme, ancora più incerti,
più spaventati. Lucidi di lacrime che non erano state ancora versate.
“Mi ha insegnato tante cose,” proseguì con voce bassa e seria. “Da quando nostra
madre è morta, è lei che si è occupata di me. Era lei che sarebbe dovuta essere
il futuro capo, ma mio padre…”
Kohaku tacque all’improvviso, e distolse di scatto gli occhi, come se fosse
rimasto scottato da una scintilla.
“Capisco,” Kikyou chinò il capo, chiuse gli occhi. Lei non provava più niente.
“Kohaku,” aggiunse con voce incolore. “Togli la carne dal fuoco prima che
bruci.”
Il ragazzino si affrettò a ubbidire, impacciato per essersi lasciato trasportare
dai suoi pensieri. Iniziò a mangiare controvoglia, ma dopo qualche morso prese a
masticare con più vigore. Era davvero affamato, dopo un giorno intero di marcia.
Ed era ancora giovane, Kikyou poteva stimare che fosse poco più di un bambino.
Non aveva osato chiedergli la sua età; del resto a cosa serviva ora che aveva
deciso?
“E’ sicura di non mangiare?” Kohaku la stava fissando, a disagio per essersi
lasciato trasportare dalla propria fame.
“Non è necessario. Mi dispiace di non poterti offrire il riso per accompagnare
il tuo coniglio.”
“Non si preoccupi, miko-sama, sono abituato a cavarmela con poco,” Kohaku
scrollò di nuovo le spalle, con una sicurezza del tutto naturale. Kikyou capì;
la sua rassegnazione la lasciò silenziosa a riflettere.
Era una qualità che aveva apprezzato in Kohaku: non lamentarsi delle difficoltà,
non preoccuparsi per ciò che potrebbe accadere, seguire la strada senza
tentennamenti, senza timore, senza fretta. Si era stupita che un ragazzo così
giovane possedesse la pazienza e la volontà tale da sopportare il suo rigido
stile di vita. Ma forse lei lo aveva sottovalutato.
Era un uomo ormai: sapeva che tra i taiji-ya la prima caccia veniva considerata
il rito di passaggio all’età adulta. Solo per un amarissimo caso la sua
iniziazione lo aveva reso un assassino e un patricida.
“Mi stavi parlando di tua sorella: è la ragazza che viaggia insieme con Inuyasha?”
“Hai. Ha i capelli lunghi e porta un hiraikotsu come arma.”
“Ricordo.”
“Io non so come lo ha conosciuto, intendo Inuyasha. Pensavo che… fosse morta,”
Kohaku rabbrividì nonostante il calore si fosse diffuso all’interno dal piccolo
rifugio. “Devo aver dimenticato qualcosa.”
O forse, non voleva ricordare ciò che aveva compiuto sotto l’autorità di Naraku.
“Kohaku, lei sa che sei venuto con me?”
“Hai.”
“Le hai parlato?”
“Le ho mandato un messaggio. Lei capirà. No, non si preoccupi, miko-sama: ane-ue
non ci seguirà né tenterà di fermarci.”
“Non temo questo, Kohaku.”
“Lei capirà,” egli raccolse le gambe al petto e appoggiò il mento tra le
ginocchia, ripetendo come una cantilena, pensieroso: “Lei capirà.”
“Sono certa che rispetterà la tua scelta,” commentò Kikyou. Era sollevata dal
non doversi confrontare con una taiji-ya irata e sofferente, con una sorella
maggiore che voleva salvare l’unico parente rimasto in vita, con una donna
disperata e colpita dal dolore più cocente, quello inflitto dalla perdita delle
persone amate. Neppure usando l’intera sua sapienza di sacerdotessa sarebbe
riuscita a trovare parole adatte per convincerla.
Kohaku annuì, da quel che poteva vedere Kikyou, sollevato.
Forse quella ragazza non lo seguirà, lei pensò, ma si perdonerà di averlo
lasciato andare incontro alla morte?
“Lo sai che non potrai più vederla?”
“Hai. Ma voglio proteggere ane-ue. Per una volta…”
Kikyou annuì: non aveva più nulla da dire. Era stata una circostanza fortunata
che il giovane cacciatore l’avesse cercata di sua spontanea volontà, e lei non
poteva negare di aver bisogno di lui. Eppure riusciva a vederli in quel momento,
i due fratellini: la ragazza dai lunghi capelli corvini e dalla sicurezza niente
affatto femminile e il bambino che le correva sempre appresso, affettuoso e
adorante. La ragazza che insegnava al suo fratellino come muovere correttamente
la lama della sua falce, senza sapere a cosa avrebbe portato quella conoscenza.
E osservando il viso di Kohaku oltre la luminescenza rossiccia del fuoco, tra le
ombre che gettavano tracce scure su quei lineamenti ancora infantili, lo vide:
un volto più tondo, un volto femminile, un volto che aveva tante volte guardato
allo stesso modo, seduta accanto al focolare.
Vide Kaede, come era al tempo in cui vivevano assieme nel villaggio natio. La
Kaede bambina che la seguiva sempre, che l’aiutava nei lavori di casa e nei suoi
obblighi verso i vicini, che la chiamava rispettosamente onee-sama, che si
alzava all’alba piano piano per non disturbare il suo sonno. La Kaede che era
accanto a lei nel giorno del disastro, nell’ora della sua morte…
“Miko-sama? Sta bene?”
Kikyou si passò le mani davanti agli occhi, come per scacciare l’ombra del
ricordo, e scoprì che il suo palmo era gelido. La mano di una donna morta da
tempo.
“Sarai stanco.”
“Un po’.”
“Riposati. Penserò io a vegliare.”
Kohaku era sul punto di protestare, ma lei lo prevenne con un gesto deciso della
mano, troncando sul nascere qualsiasi protesta.
Kikyou non capiva perché lui dovesse mostrarsi così premuroso. Era abituata a
rimanere in allerta, giorno e notte, senza riposarsi se c’era il rischio che il
nemico la cogliesse nel sonno. Era abituata a vivere senza comodità, alla
giornata, senza altra protezione che quella che poteva offrire a se stessa con
le sue sole forze. Era anche abituata a non lamentarsi per questo.
Ma la gentilezza inaspettata del ragazzino la prendeva alla sprovvista. Lei
sentiva quanto lui fosse sincero nelle sue offerte, e questo la turbava.
“Va bene,” accettò alla fine. “Kohaku, resterai di guardia. Io… io devo andare a
controllare una cosa.”
“Hai.” Lui non si era aspettato quella risposta, sembrava che avesse ancora
qualcosa da ribattere.
Kikyou si chiese cosa non gli andava ancora bene. Dava l’impressione di essere
così debole, tanto che un ragazzino si sentiva in dovere di aiutarla?
“E’ sicura che…”
“Non ho bisogno del tuo aiuto,” lo interruppe. Più bruscamente di quanto
volesse, perché lui si tirò indietro come se lo avesse colpito con uno schiaffo.
Kikyou chinò la testa, dispiaciuta. “Kohaku, riposati. Ho bisogno che tu sia in
forze per domani.”
***
Uno dopo l’altro arrivarono.
Uno dopo l’altro la circondarono, l’avvilupparono nel loro impalpabile
abbraccio.
Uno dopo l’altro entrarono dentro di lei.
Ricorda…
Dolore. Un vecchio, logoro ma insistente ricordo di dolore. E malinconia.
La lasciarono senza fiato.
Il volto di Inuyasha, prima che lei chiudesse gli occhi e si consegnasse alla
morte, fragile e disperato, scomparsa la furia demoniaca che l’aveva tradita…
Giunsero altri. Riversarono i loro fardelli in lei. Come gocce di acqua che
arrivavano alle radici assetate di una pianta e le risvegliavano: così lei
riacquistò le sue forze.
Ma avevano anche il sapore aspro delle lacrime e di qualcosa che non sarebbe più
tornato.
Il volto invecchiato di Kaede, l’estranea che la guardava con compassione…
Una volta erano donne. Donne morte nel dolore, nella disperazione e nella
stanchezza in una realtà troppo dura per loro. Tradite e sopraffate.
Ora erano belle, ed erano gelide. Sarebbero vissute con lei e dentro di lei,
adesso.
Lo sguardo beffardo di Naraku, quando all’apice del suo trionfo la condannò di
nuovo alla rabbia dell’impotenza, al dolore della sconfitta… ad un oblio da cui
si risvegliò ancora una volta…
E lei era tornata. Per uccidere. Il vecchio nemico sarebbe morto.
Solo quel pensiero riuscì a scuoterla dal torpore in cui stava sprofondando,
circondata dai frammenti luminosi di anime frementi.
Erano donne in cerca di vendetta.
Basta…
Erano belle a vedersi, quelle piccole anime, tanto delicate che non riusciva a
capire come potessero ferirla così duramente.
Addolorarla, tormentarla e lasciarla senza fiato.
Silenzio…
Fu come udire una voce, lontana ma chiara. Una presenza che lei conosceva, che
aveva già sentito. Calma e sicura.
Lei comprese. Respira, lascia andare e torna in te. Non farti sopraffare delle
emozioni. Non farti dominare dalla malinconia, dalla rabbia, dalla paura.
Con i vecchi insegnamenti che l’avevano sostenuta in passato, lei chiuse gli
occhi, inspirò e non pensò a null’altro che il controllo del suo corpo.
Il nodo si sciolse, e gli shinidamachuu si librarono in volo. Dopo che si furono
allontanati, lei sentì venir meno le forze; barcollò e cadde tra l’acqua e la
riva del lago. Rimase immobile, sormontata da una spossatezza quasi piacevole
perché le permetteva di non pensare ad altro che a riconquistare la propria
impassibile volontà.
Kikyou si accorse che le sue braccia stavano tremando.
Le succedeva sempre, quando si nutriva degli shinidama, di ricadere in un gorgo
indistinto di sentimenti che altrimenti avrebbe tenuto a freno. Era sgradevole,
ma inevitabile se voleva continuare a sopravvivere.
Solo con l’intervento di Midoriko riusciva a sedare le anime turbolente. Solo
nel riecheggiare delle parole dell’antica miko ricordava chi era, e cos’era.
C’era un silenzio pesante intorno a lei che, inginocchiata per terra, a capo
chino e in concentrazione, riusciva a malapena a riconquistare la calma dopo le
forti emozioni che l’avevano appena attraversata.
Si lasciò immergere nel dolce vuoto da ogni pensiero.
Non c’era altro che le importasse.
Questa non era forse… disperazione?
Il suo unico sogno di donna era morto ancor prima di compiersi, e dopo era
toccato a lei. Distruggere la Shikon no Tama non era un obbiettivo di Kikyou, ma
solo il dovere impersonale della sacerdotessa, di tutte le sacerdotesse prima di
lei fino a Midoriko.
Ma andava bene così. Non rimaneva null’altro.
E allora non era più semplice lasciarsi morire?
Kikyou strinse i denti. Disprezzava le sciocchezze e detestava le debolezze:
soprattutto quando venivano da lei. Non era andata più da sua sorella perché non
riusciva a sostenere lo sguardo di compassione; si era allontanata da Inuyasha
perché le era penoso ricordare i momenti passati insieme, e così ricordare e
sperare qualcosa che non era più possibile.
Aveva una volta detto, con orgoglio disperato, che la vendetta non l’avrebbe
riportata in vita. Ma la verità era che la vendetta non le apparteneva. Era di
Kikyou, ma quella donna era morta un giorno lontano, stroncata dal bieco inganno
di Naraku. Chi Urusae aveva resuscitato in un corpo da fantoccio fu la guardiana
della Shikon no Tama, la vergine, la consacrata.
Non è ancora finita, pensò cupamente Kikyou. Alzati ora, alzati!
Ma mentre raccoglieva le forze, i suoi sensi addestrati l’avvertirono. Strinse
saldamente l’arco e rimase in allerta.
C’era qualcuno.
Veloce incoccò una freccia e tese la corda, pronta al tiro.
“Esci fuori!” comandò con voce autoritaria.
Una macchia di arbusti al limitare del bosco si mosse, e ne uscì una figura
piccola ma agile. Kikyou abbassò l’arma e allentò la presa, spossata e
frastornata. Da quanto lui era lì? Cosa aveva visto?
Gli shinidamachuu, le anime di cui si cibava il suo corpo, la sua lotta
silenziosa? O la sua debolezza?
“Kohaku!”
Il ragazzino, al suono del suo nome, si ritirò indietro come se fosse
consapevole di aver violato l’intimità della sacerdotessa.
“Miko-sama, scusi… io… io non l’ho vista ritornare… perciò…”
“Non ti avevo detto di attendermi?” chiese lei con voce gelida ed
imperturbabile.
“Ecco… sì, ma… poteva succedere qualcosa.”
Arrossì e balbettò ancora qualche parola incomprensibile ma che mostrava il suo
dispiacere.
Era solo una ragazzino, pensava Kikyou. Non un assassino, non un reietto, non un
cacciatore… solo un bambino cresciuto troppo in fretta.
Sulle sue spalle gravavano i peggiori delitti, eppure lui era ancora capace di
essere timido e di guardarla innocentemente. Di essere ancora puro e generoso.
Come riusciva ad annullare i ricordi, la paura, la rabbia che pure
sopravvivevano insieme a lui?
Se solo la vendetta non fosse l’unica strada che poteva percorrere…!
“Non importa,” tagliò corto lei. Il suo tono si addolcì: “Sei stato molto
gentile.”
“No, io…” Kohaku tirò un sospiro impercettibile. “Sono felice che sta bene.”
Kikyou annui. Tentò di alzarsi ma le sue gambe, intorpidite, non riuscirono a
reggerla e barcollò cercando di non cadere. Kohaku si sporse in avanti per
aiutarla, in uno slancio spontaneo di premura.
“Fermati,” comandò. Non si toccava una miko. Non era una debole donna, ma una
vergine votata agli dei. Gli uomini comuni non avrebbero potuto proteggerla o
sostenerla.
E Kohaku si fermò, ferito in volto dall’ennesimo rifiuto.
“Posso… posso farcela da sola.”
“Sì, miko-sama.”
Kikyou si rammaricò per la prima volta di dover essere dura e distante con lui.
Sarebbe stato più semplice il suo ruolo se fosse riuscita a disprezzarlo, se lo
avesse condannato.
Lo guardò negli occhi.
Ma il ragazzino timido era più forte di quanto si fosse mai aspettata: nel suo
sguardo non aveva letto mai la paura, neppure in quel frangente, ma un rispetto
e una quieta accettazione che l’avevano colpita. No, lui non sarebbe mai stato
Kaede, non sarebbe stato come Inuyasha: qualsiasi cosa avesse visto in quel
momento, non lo aveva rattristato né lo aveva turbato o disgustato.
Perché avrebbe dovuto? Anche lui era un sopravissuto dalla morte, un reietto che
l’arroganza umana aveva riportato nel mondo.
E mentre lo guardava, si sentiva per la prima volta da tempo piena di vitalità
più di quanto potessero darle le anime così indispensabili per il suo corpo.
Esisteva ancora la speranza?
“Andiamo, Kohaku. Abbiamo ancora un altro giorno da vivere.”
Gennaio 2007 c) Laurie
Glossario
Youkai: esseri sovrannaturali paragonabili ai daimona dalla mitologia classica;
Miko-sama: venerabile sacerdotessa; miko è il nome con cui sono chiamate le
sacerdotesse shintoiste;
Kusarigama: il nome dell’arma di Kohaku;
Ane-ue: un antico termine rispettoso per riferirsi alla sorella maggiore;
Taiji-ya: sterminatori di demoni;
Hai: sì;
Onee-sama: venerabile sorella maggiore;
Shinidamachuu: insetti-spiriti della morte;
Shinidama: le anime dei morti di cui Kikyou si “nutre”;
Shikon no Tama: la Sfera dei Quattro Spiriti.


