Anche quella mattina si alzò dal letto e uscì di casa prima dell’alba.
Nelle ultime settimane non riusciva ad addormentarsi facilmente, e quando non si rigirava insonne nel letto, sognava di oscuri sogni intrisi di immagini che la spaventavano.
Guardava con un misto di orrore e curiosità la larga chiazza di sangue, che lenta, inesorabile si allargava davanti a lei. All’inizio non la riconosceva.
Non capiva ciò che stava per accadere, ciò che nella realtà era già accaduto. Nei suoi sogni lei lo perdeva continuamente.
Di quegli incubi non le rimanevano al risveglio altro se non alcuni frammenti sconnessi carichi di dolore.
Aveva provato vari rimedi, ma nessuno sembrava efficace; quando scoprì che stancandosi tanto e andando a letto in tale stato, riusciva a garantirsi un sonno profondo e pulito.
Così la notte precedente l’aveva trascorsa rompendosi il capo su un problema di geometria e divorando, mentre la stanchezza non le lasciava tregua, un libro anonimo.
Gli angoli degli occhi le pizzicavano nella fredda aria mattutina.
Il mondo circostante era ancora immerso nell’irreale luce grigio azzurra che precede l’alba.
Avrebbe dovuto andare a dormire, tanto faticava a tenere aperti gli occhi, ma non voleva. Si sforzò di muovere un passo e barcollò leggermente, le gambe intirizzite dal freddo e intorpidite.
Ogni cosa si rivelava nei suoi più piccoli particolari nell’aria limpida del mattino.
Il torii era di un rosso cupo, stagliato lontano contro il cielo limpido e i tetti della città. Davanti a sé le fronde ancora scure degli alberi erano raggelate nell’immobilità.
E pensare che quel bosco portava il suo nome!
Ancora qualche passo, e mise a fuoco un poderoso tronco, a lei ben noto, che emergeva tra la pavimentazione perlacea.
Si sentì ghiacciare il volto. Si sentì lacerare mentre la ragione le suggeriva di voltarsi e rifugiarsi nella sua camera da letto riscaldata. E invece una forza intensa, che poteva essere insensata ostinazione o nera malinconia, la spingeva ad accostarsi.
Si trovò davanti al maestoso Albero. Era rimasto immutato da cinquecento anni a questa parte. Ben tenuto, senza più rampicanti a decorarne il tronco. Nastri sottili di carta bianca adornavano la sua corteccia.
Si portò più vicino e quando fu a un passo di distanza, stese una mano incerta, fino a sentire la ruvida superficie contro il palmo.
Non doveva: il nonno si sarebbe arrabbiato.
Seguì con la punta delle dita gli intagli naturali fino alla lunga cicatrice che lasciava scoperto lo strato sottostante più chiaro, simile a una punta di freccia.
Suo nonno le aveva sempre raccomandato di non toccare il Goshinboku...
Colpì la corteccia con il pugno chiuso, ancora e ancora, anche se il legno era duro, anche se la mano era ferita e le doleva.
Ben presto, non sentì più dolore, ma solo il suono cupo del suo martellare furioso.
Piccoli frammenti di corteccia cadevano senza che le importasse.
Dov’era Inuyasha? Un lampo le attraversò la mente.
Perché non era ancora imprigionato da una freccia all’Albero?
Perché io l’avevo liberato!
Si fermò, mentre i polmoni le bruciavano dall’aria fredda bruscamente inalata.
Sentiva un dolore sordo provenire dalla sua mano destra, il volto le scottava.
Se il disgraziato giorno del suo quindicesimo compleanno non avesse inseguito il suo stupido gatto, se la curiosità per il suo insolito aspetto non l’avesse spinta ad accostarsi a lui , se avesse ascoltato l’ammonimento della saggia Kaede e se non avesse estratto la freccia...
La Shikon no Tama sarebbe rimasta dentro di lei, lei non l’avrebbe rotta in mille pezzi, che si sarebbero sparpagliati nell’intera zona. Le schegge non avrebbe attirato la brama di quel malvagio demone che era Naraku; Sango avrebbe ancora con sé la sua famiglia e suo fratello sarebbe innocente dalla morte del proprio padre; Shippo avrebbe ancora una famiglia e anche se la sorte di Miroku non sarebbe cambiata, il monaco avrebbe avuto più possibilità di vittoria sul suo nemico.
E la vecchia strega non avrebbe tentato di resuscitare Kikyou...
Probabilmente sì.
Vide una macchia di sangue macchiare il candore della ferita aperta nel tronco dalla freccia sacra.
E Inuyasha avrebbe dormito per sempre. E lei non avrebbe incontrato nessuno di loro.
Kagome provò a togliere la macchia, ma per quanto provasse, non ci riuscì.
L’albero era contaminato da tanto tempo. Non aveva nulla di sacro.
Dicembre 2004 c) Laurie
Glossario
Torii: portale d’accesso ai tempi shintoisti e più in generale, ai luoghi sacri;
Goshinboku: albero sacro;
Shikon no Tama: Sfera dei Quattro Spiriti.
Nota dell’autrice
Confusi su ciò che avete appena letto? Non trovate un senso alle mie parole?
Non preoccupatevi. Questa “riflessione” è nata, senza premeditazione da parte mia, durante una lunga riflessione su un’altra fanfiction di Inuyasha, o per meglio dire, su alcune idee circa questa fanfiction. L’ho scritta molto velocemente, per i miei standard. Ci sono molti argomenti, qui dentro, che andrebbero affrontati in modo più esaustivo in separata sede, ma per ora accontentatevi di ciò.
Il titolo, tyche, (dal greco; si legge “tuche” e significa “sorte”, “fortuna” ma anche “sfortuna”) inquadra solo un aspetto dello scritto: non volevo tanto parlare di destino, ma del momento in cui ti accorgi del significato, delle conseguenze delle tue azioni.
Tyche by Laurie


